mercoledì 7 novembre 2012

"Su quella nave c’ero anch’io". La nave dolce di Daniele Vicari


Un dialogo a due voci quello di stamane nell’Aula II dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” per presentare il film “La nave dolce” in uscita domani nelle sale cinematografiche. Si sono alternati gli interventi del regista del film Daniele Vicari e del sociologo Franco Cassano, i cui scritti  a detta del regista hanno fortemente influenzato il suo lavoro sul film.

“La nave dolce” documenta la storia dello sbarco sulla costa barese di circa 20mila albanesi, avvenuto l’8 agosto 1991, dopo la traversata a bordo della Vlora, una nave di ritorno da Cuba e occupata dagli albanesi nel porto di Durazzo.

Cassano ha subito sottolineato alcuni aspetti salienti del popolo albanese, ricordando come esso è uno dei pochi popoli al mondo che conosce bene la lingua italiana, imparata grazie alla televisione italiana che raggiungeva e raggiunge massicciamente l’Albania. Quell’agosto del 1991, per molti mese di vacanza di mare, di relax, per gli albanesi ha significato un diverso “sapore di sale”. Crollato il regime di Enver Hoxa migliaia di cittadini albanesi hanno deciso di scappare, abbandonare la loro nazione e partire verso l’Italia senza alcun progetto, credendo di trovare il paradiso, senza portare via con sé né una foto, né degli abiti per potersi cambiare. Quello che troveranno, dopo essere attraccati gridando «Italia! Italia!» e mimando il gesto di vittoria con le mani non sarà affatto un paradiso, né una vittoria.

Si è parlato di non non-luogo, di primo Cie, per descrivere lo Stadio della Vittoria di Bari dove furono “reclusi” gli albanesi che non furono rispediti immediatamente in Albania, e qui Vicari non può non fare un immediato parallelismo con la caserma Bolzaneto di Genova, vista nel suo recente film Diaz. 

"L’associazione - racconta - mi è subito venuta in mente, per la sospensione dei diritti umani della persona che c’è stata”, si è ricordato come alle persone nello stadio furono lanciati panini come fossero noccioline e il regista azzarda sostenendo che “il problema vero del nostro Stato è che non ha ancora digerito i principi democratici di cui si fa portatore”. Lo Stadio della Vittoria è stato giustamente rinominato da Cassano, per i motivi citati, Stadio della sconfitta, affermazione ripresa poi anche da Vicari. All’epoca la situazione politica vedeva Andreotti Presidente del Consiglio e Cossiga Presidente della Repubblica, nel frattempo a Bari vecchia alcune signore, senza chiedere tanti documenti accoglievano immigrati albanesi nelle loro case.

La nave Vlora sulla quale migliaia di albanesi
approdarono al porto di Bari
I discorsi di Vicari e Cassano poi  si sono intrecciati sulla questione del concetto di Altro.
Il primo ha sottolineato come non vadano sottovalutati due importanti fenomeni, e cioè che oggi vi è in Italia una sempre più massiccia emigrazione interna, da Sud a Nord e che moltissimi giovani italiani emigrano all’estero portando con sé la loro lingua, la loro storia, la cultura, la formazione e la loro preparazione e il mondo occidentale considera quest’aspetto una ricchezza, avere un insegnante italiano in un’università americana diventa motivo di vanto. Il declino invece dell’Italia è quello di non valorizzare l’Altro, Cassano ha ribadito il concetto di come non bisogna pensare che l’Altro sia Altro, l’Altro siamo noi, solo riconoscendo nell’Altro se stessi si può superare la nostra debolezza, ha sottolineato: “la partita ci riguarda tutti”, ricordando l’esempio di Eva, la cui storia viene raccontata nel film, una donna laureata in economia in Albania e che in Italia fa dignitosamente la badante. Quanto siamo lontani noi da queste storie?

Daniele Vicari ha spiegato il perché ha deciso di raccontare la storia della nave, a prescindere dalla sollecitazione giuntagli per il ventennale dallo sbarco, egli racconta che “su quella nave c’ero anche io” e non fa riferimento alla presenza fisica, bensì alla sua condizione psicologica, che potrebbe essere anche quella di molti di noi oggi, di disoccupato, di studente, di chi va in cerca di fortuna. Ecco il concetto di Altro che riemerge prepotentemente. Dunque la storia della Vlora diventa l’emblema di tutte le storie di emigrazione.

Seppur breve, l’incontro ha tirato in ballo molti aspetti significativi di quella che può essere una vicenda ormai passata, il sociologo ha giustamente ricordato come lo “schiaffo” avuto dallo sbarco albanese nel 1991, lo chiama così per evidenziarne la dirompenza, abbia dato origine a una vitalizzazione della cultura nella nostra regione, a un fermento che ha a sua volta dato inizio a una generazione di prima linea di scrittori e registi che in quell’occasione si sono trovati a distanza ravvicinata da una forte realtà senza alcun filtro  e che quindi avevano delle storie importanti da raccontare.

Alcuni interventi della platea hanno arricchito ulteriormente la discussione, come quello del fotografo Nicola Amato, il quale quello sbarco lo ha vissuto da vicino, immortalandone le immagini con fotografie che per 20 anni ha tenuto nel cassetto, e che ha tirato fuori per una mostra alla sala Murat nel ventennale dallo sbarco e per il film. A tal proposito Vicari ha ricordato che è stato grazie a fotografi e operatori che ha potuto documentare la storia della Vlora e ha poi rimarcato come molti operatori e giornalisti che erano stati mandati a Bari, essendo agosto non erano stati richiamati dalle televisioni perché non c’erano altri eventi da seguire e quindi alcuni avevano smesso di fare servizi per il telegiornale e avevano cominciato a fare cinema riprendendo qualsiasi storia.

Il cinema di Vicari ancora una volta ci racconta la Storia che ci sta attraversando e che noi attraversiamo.

07.11.2012 
Sara Fiorente 

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