martedì 26 novembre 2013

Violenza sessuale e diritti delle donne: dal Kenya un caso comune in molti Paesi

La bambina ritratta non è la protagonista della storia.
Questa foto è stata utilizzata da Avaaz.org per la campagna
L'ottimismo nel mondo dell'informazione è un ingrediente raro. Ma, come in questo caso, un pizzico di positività è utile per raccontare una storia, che è l'eco di tante altre storie, di violenza e sopraffazione dei più deboli. La storia che merita di essere raccontata è quella di Kaia (nome di fantasia per garantirne la sicurezza), bambina kenyota di undici anni. Kaia, così si legge sul sito di Avaaz.org, è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un'insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia. La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo. In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato. Kaia e altre dieci giovani sopravvissute hanno deciso di agire. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevute e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan «haki yangu», che in Kiswahili significa «voglio i miei diritti». Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto la propria battaglia.

Dalla petizione on line promossa da Avaaz.org si legge che le attiviste e avvocatesse per i diritti umani che hanno lavorato con Kaia sono pronte a portare processi simili contro le forze dell'ordine dentro e fuori dai confini del continente africano, ma hanno bisogno di fondi per farlo. Per questo Avaaz.org, organizzazione no profit, ha lanciato una raccolta fondi: le promesse di donazioni che gli internauti faranno non saranno addebitate finché non sarà raggiunto l'obiettivo prefisso: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Quando la storia di Kaia è iniziata, sembrava destinata a diventare una delle innumerevoli giovanissime vittime di violenza ignorate dalla polizia. Ma l’attivista kenyota per i diritti dei bambini Mercy Chidi e l’avvocato per i diritti umani Fiona Sampson hanno unito le forze per sfidare questa ingiustizia nei tribunali. Il piano è stato messo in piedi in Kenya da un gruppo di colleghi di Canada, Kenya, Malawi e Ghana: sembrava davvero ambizioso denunciare la polizia per non essere entrata in azione, ma hanno insistito e assunto molti rischi e hanno costruito un pezzo della storia dei diritti umani. Ma il lavoro è appena iniziato. Come qualsiasi vittoria, c’e’ bisogno di tempo, sforzi e denaro per fare in modo che la sentenza sia applicata, e sia un precedente utile per combattere la violenza contro le donne.


Se verranno raccolti abbastanza fondi, si potrà trasformare un'enorme vittoria per il Kenya in una vittoria per i paesi in tutta l’Africa e nel resto del mondo contribuendo a sostenere le spese di ulteriori casi come questo, nel resto dell’Africa e in tutto il mondo, facendo in modo che queste sentenze storiche siano attuate per mezzo di campagne pubbliche con strategie mirate; spingendo per realizzare campagne educative di massa che colpiscano alla radice la cultura alla base della violenza sessuale contribuendo a cancellarla una volta per tutte; rispondendo a nuove opportunità di campagne come questa con strategie che permettano di mettere fine alla guerra contro le donne.

Quindi qualora vogliate sostenere questa battaglia contro la violenza, è possibile fare una promessa di donazione. Io l'ho fatta. Come spiegano sul sito di Avaaz.org, facendo la promessa di donazione non sarà da subito addebitato alcun costo. Soltanto al momento del raggiungimento della somma prevista il contributo promesso sarà addebitato: https://secure.avaaz.org/it/take_kaia_win_global_loc_nd_rb/?btysIdb&v=31568.

Avaaz.org è una piattaforma che, come ha detto la giornalista di Al Jazeera English Juliana Rufhus durante i seminari sul web-documentary svoltisi a Bari soltanto due settimane, realizza veramente quella partecipazione di cui oggi tanti soggetti parlano, ma che difficilmente si realizza davvero.

Poiché, ritornando a leggere sul sito si Avaaz.org, «in quanto cittadini, spesso ci rivolgiamo ai leader politici e altri rappresentanti delle istituzioni affinché facciano sul serio per proteggere i diritti delle donne. È importante continuare a farlo, ma ogni volta che non riusciranno ad ascoltare le loro coscienze, dovremo avere il coraggio di toccare nel profondo i loro interessi portandoli nei tribunali. Questo manderà un messaggio potentissimo: non solo ci sono nuove conseguenze per questi crimini, ma l’epoca in cui la cultura delle nostre società ammetteva si disprezzassero le donne senza ripercussioni sta per finire».

Per approfondire l'argomento è possibile seguire i link qui sotto.

26.11.2013
Vito Stano












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